Oggi voglio iniziare con una domanda semplice, ma tutt’altro che banale: sai davvero riconoscere le tue emozioni?

Felicità, rabbia, disgusto, gratitudine, impazienza… fino ad arrivare all’apatia. Le viviamo ogni giorno, eppure spesso facciamo fatica a identificarle con chiarezza.

Non è un caso se un film come Inside Out abbia avuto un successo così grande: ci ricorda quanto le emozioni siano centrali nella nostra vita. Quando non impariamo a riconoscerle, accoglierle e gestirle, finiscono per influenzare profondamente le nostre scelte quotidiane.

Spesso si dice che le emozioni “nascono nella pancia” e non è solo un modo di dire: il nostro intestino è considerato il “secondo cervello” e reagisce costantemente ai nostri stati emotivi. Quando prendiamo una decisione “di pancia”, infatti, ci stiamo affidando all’emozione del momento. Si chiama ISTINTO e io credo molto in questa nostra capacità. Presta però attenzione può essere davvero utile nelle scelte rapide e ma rischioso quando sono in gioco decisioni importanti.

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C’è una linea sottile — e spesso invisibile — che unisce ciò che siamo nella vita quotidiana a ciò che portiamo nel lavoro. Non è una linea di confine, ma un filo continuo fatto di valori, credenze, emozioni e scelte.

Eppure, quante volte cerchiamo di separarli? Da una parte c’è “la vita”, quella di tutti i giorni, dall’altra “la professione”, come se potessimo davvero indossare identità diverse senza che queste si influenzino a vicenda.

 

La crescita personale nasce proprio qui: nel riconoscere che ogni trasformazione interiore ha un impatto concreto sul modo in cui comunichiamo, prendiamo decisioni, costruiamo relazioni e abitiamo i contesti — personali e professionali.

Non è un percorso astratto, né confinato a momenti dedicati a “lavorare su di sé”. È qualcosa che accade ogni giorno, nelle piccole scelte, nelle reazioni automatiche che impariamo a osservare, nei limiti che decidiamo di attraversare.

 

Portare consapevolezza dentro di sé significa portarla anche nel proprio lavoro.

Significa guidare invece che reagire, scegliere invece che subire, creare invece che adattarsi passivamente.

 

E fai attenzione: questo vale tanto per chi sta cercando la propria direzione quanto per chi desidera evolvere il proprio ruolo, la propria leadership o il modo di stare in relazione con gli altri.

 

In questo articolo esploriamo proprio questo: come la crescita personale possa diventare una leva concreta e trasformativa, capace di radicarsi nella vita quotidiana e di generare cambiamenti autentici anche nel mondo del lavoro. Perché non esistono due percorsi separati — esiste un’unica traiettoria, la tua.

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Quando ero piccola, ricordo i momenti trascorsi a tavola con la mia famiglia, durante pranzi o cene, con la televisione accesa sul telegiornale. Scorrevano notizie più o meno interessanti per me, che allora ero bambina, e mio padre le commentava tutte, cercando di stimolare una risposta anche da parte mia e di mia madre.
Lo ammiravo profondamente: lo consideravo una fonte inesauribile di conoscenza e saggezza. Per me era un esempio autentico.

E quando pronunciò quella frase che avrebbe poi orientato la mia intera esistenza, non ebbi alcun dubbio: la seguii alla lettera, proprio perché veniva da lui, il mio mentore.

Vuoi sapere qual era?

“Non porti mai nessun limite.”

E così feci. Sperimentai l’assenza di limiti in ogni ambito: nello sport, nelle relazioni, nella professione.
Devo ammettere di avere pochi, pochissimi rimpianti nella mia vita. Ma, come in ogni vita che si rispetti, c’è sempre un “ma”.

Se da un lato non mi sono mai imposta limiti, dall’altro la mia asticella di autovalutazione è stata sempre molto alta. Solo molti anni dopo ho compreso il perché: aspiravo a qualcosa di grande (o almeno così credevo), ma continuavo a confrontarmi con un ideale di “Padre saggio e sapiente” che sentivo di non riuscire a eguagliare.

Questa dinamica mi ha portata a vivere anni di frustrazione, alimentati da un’idea di perfezione irraggiungibile. La persona che ero – fisicamente e interiormente – le relazioni che costruivo, lo studio e il lavoro diventavano un vero e proprio ring, in cui la lotta iniziava ogni mattina.
E quell’asticella così alta ha finito per salire ancora fino a mettermi nella posizione di “tirare il sasso e nascondere la mano”.

Non ti è chiaro cosa intendo?

Vieni che te lo spiego.

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